LA POLITICA ADRANITA TRA RICORSI, DEBOLEZZE GOVERNATIVE ED IMPENNATE DI DEMOCRAZIA TELEMATICA
La politica e la toga.
La battaglia politica contro Fabio Mancuso ha preso la strada delle aule di tribunale.
Prima il ricorso del lombardiano Movimento per l’autonomia sull’incompatibilità delle cariche di deputato regionale e sindaco, poi quello sull’illegittimità dell’elezione dei revisori dei conti del nostro Comune, promosso dall’opposizione consiliare quindi la denuncia di un dipendente comunale che più che politica sembra essere ancora un atto finalizzato a tutelare sia il dovere di imparzialità e di controllo degli atti che competono ad un pubblico funzionario sia il legittimo interesse professionale. E per ultimo, un altro ricorso dell’opposizione sull’affidamento diretto delle entrate comunali, tributarie e patrimoniali ad una società, che secondo i ricorrenti andava individuata per evidenza pubblica ovvero tramite la pubblicazione di un bando.
Sta il fatto che il mancusismo, come abbiamo battezzato questo fenomeno politico e umano fiorito intorno alla fortuna ed alla presenza politiche del nostro sindaco e che ha preso ormai piede nell’opinione pubblica, ha un suo nemico e non è il popolo che lo ha abbondantemente suffragato ma il ricorso alla magistratura, civile e penale.
Appellarsi alla magistratura quando si pensa di essere stati in qualche modo lesi, è normale e anche auspicabile, anzi, nell’ambito politico, evita i conflitti fisici tra i concorrenti e conferma la volontà di utilizzazione degli strumenti democratici.
È pericoloso il contrario, quando i responsi elettorali pensano di sostituirsi ai giudici. E viceversa.
Ci accorgiamo però che quanto abbiamo appena scritto è una considerazione di principio, perché i fatti e le analisi ci portano a riconsiderare la vicenda o meglio gli attori che l’hanno originata. Ci riferiamo al ricorso del M.p.A..
Pensiamo che dietro il legittimo ricorso all’organo giudiziario ci siano risentimento e vendette politiche, per cui non ci convince molto l’atto civico che costoro ci hanno voluto regalare.
Dall’altra parte, non possiamo essere solidali con il sindaco, perché anche lui ha voluto mascherare, stavolta con populistico - e nazionaladranista – contorno, un’argomentazione da democrazia totalitaria, che sostanzialmente così si esprime: una volta che il popolo decide chi deve governare non è giusto ricorrere, esponendo, in questa maniera, i lombardiani adraniti al linciaggio morale e politico.
Confessiamo ai nostri lettori che anche noi avremmo voluto inoltrare lo stesso ricorso - da soli e senza i propositi di vendetta scudocrociati - ma non l’abbiamo fatto, perché leggendo bene quel groviglio di leggi e leggine saremmo andati incontro ad una sentenza di tipo interpretativo, come in effetti è stata, e non di mera applicazione di una norma chiara e incontrovertibile. Abbiamo messo, da canto, il nostro proposito civile - e il nostro esangue portafoglio - e ci siamo detti che questa strada andava percorsa dai partiti politici e così poi è stato.
La politica totale.
Tutta la vicenda ha confermato come il ricorrere alla magistratura sia diventato uno strumento politico, vista l’asimmetria di potere tra chi governa e chi si oppone. Essa è una caratteristica nuova che apre uno scenario da politica totale.
Nella cosiddetta Prima Repubblica, l’attività politica aveva dei codici di comportamento impliciti che indirizzavano la denuncia solo all’ambito politico. Ai magistrati si ricorreva molto raramente, preferendo, a seconda della competenza territoriale del pubblico potere, l’intervento del prefetto, delle commissioni parlamentari o dei ministri.
La politica totale ha sostituito la politica tradizionale, quella fondata sui partiti e sulle ideologie, ed è la caratteristica del nuovo sistema di rappresentanza politica. Essa ha sostituito la politica di piazza che rappresentava, soprattutto per quei partiti che avevano un buon numero di militanti, lo strumento elettivo della pressione politica per segnalare problemi, inibire eventuali comportamenti politici governativi o preconizzare minacce.
Tutto è cambiato. Non vi è più la diffusa tensione ideale, espressione delle ideologie politiche, per la quale pure la morte, quale estremo sacrificio, era “messa in conto”. Anche la fisionomia del militante è mutata a cominciare dal nome: oggi si preferisce chiamarlo prudentemente iscritto o addirittura socio. Per il vecchio militante l’impegno politico era prevalente rispetto al suo futuro professionale o affettivo-relazionale: la politica stessa era progetto di vita.
Scomparsa la politica di piazza, l’operatore politico deve ricorrere ad altri strumenti per condurre la sua battaglia politica come quelli mediatici o quelli giudiziari.
Lo stesso rapporto politico con la gente è variato. In passato, era fondato sul binomio guida-cambiamento, nel senso che il partito - “pesante” e per questo strutturato come un piccolo Stato - esercitava il ruolo di guida mentre il “cambiamento” o la “conservazione” rientrava nelle aspettative generali delle masse. Oggi è sostanzialmente un rapporto elettorale, imperniato sul binomio proposta-interesse, laddove “proposta” è offerta politica di soluzioni moderate e l’”interesse” è contemporaneamente moderata domanda politica e attenzione al proprio e particolare interesse economico. Fisiologica conseguenza di tutto questo è il partito “leggero” o a struttura essenziale, nel quale i leader e gli operatori politici devono svolgere, soprattutto nelle realtà locali, un lavoro gravoso, prima alleggerito dalla presenza di un numero superiore di strutture partitiche.
La politica populista.
L’altra faccia della medaglia di questo super lavoro dei leader e degli operatori politici è un’accresciuta popolarità che cammina a pari passo con una più alta aspettativa da parte di elettori e iscritti.
La popolarità conduce alla convinzione - spesso motivata - della propria essenzialità e quindi all’esercizio del potere personale, rafforzato dal rapporto diretto con gli elettori, precedentemente mediato dal partito.
È il caso, come il nostro, del sistema delle elezioni dirette che ha generato, nelle realtà amministrative periferiche, la politica populista, capi e capetti ed una dimensione politica più individualista. Tutto ciò ha sminuito la forza del partito specialmente nei Comuni e nelle Province, in cui non riesce a svolgere la funzione progettuale e quella di corpo politico intermedio.
Ad Adrano, al pari di altre realtà locali, i partiti non riescono a svolgere l’auspicabile funzione intermedia, senza la quale l’elezione diretta risulta essere una pericolosa delega politica in bianco e l’inizio di una graduale deresponsabilizzazione politica generale.
La cosa che ci ha colpiti della faccenda del ricorso del M.p.A. è la mancata difesa del sindaco da parte dei partiti della maggioranza con un loro documento o con un semplice volantino (verba scripta manent), difesa che è stata raccolta da qualche esponente della maggioranza, attraverso il canale televisivo mentre era un atto che esigeva prese di posizioni indelebili come lo sanno essere i documenti scritti e il dibattito pubblico.
A conferma di quello che scrivevamo sopra, intorno al potere personale e al rapporto diretto con il popolo, a difendere il sindaco sono stati i suoi elettori, una sorta di Mancuso boys, che hanno decretato con il loro volantino la pochezza e l’inadeguatezza politiche dei partiti del centro-destra e rilevato il forte rapporto che lega il popolo mancusiano al primo cittadino.
La sinistra riprende fiato.
Infatti, la centralità - e la forza - politica di Mancuso è in sostanza dovuta all’assenza dei partiti che lo sostengono, che hanno trasformato quella che è una fisiologica visibilità, propria del sistema delle elezioni dirette, in una pratica di potere personalistico e populistico che sta impoverendo il centro-destra e specialmente la destra politica, che non riesce a destarsi dal torpore in cui è caduta.
Questi ultimi avvenimenti, tra questi il mancato pagamento degli stipendi dei comunali e dei vari prestatori d’opera esterni, hanno fatto traballare il potere mancusiano e la sinistra ha ripreso fiato.
Il successo delle primarie ha infuso coraggio e voglia di fare, che trasbordati nel sito di Turi Liotta (www.turiliotta.it) hanno indotto un fiorire di interventi di elettori del centro-sinistra che esternano con sempre maggiore assiduità idee, problemi e disagi anche se a volte il tono prende la piega della lagna vittimista e triste che la sinistra non riesce a scrollarsi di dosso.
Comunque, quella che sta prendendo piede, proprio grazie al sito, è una sinistra meno grezza, meno prigioniera dell’ideologia del risentimento e dell’invidia sociali e per questo più pericolosa.
Il centro-sinistra ha compreso che per indebolire Fabio Mancuso bisogna delegittimarlo presso la gente, scollegarlo dal rapporto privilegiato con il popolo, per questo non ha accolto con particolare entusiasmo il ricorso presentato dai lombardiani adraniti, che si caratterizzava come un’operazione politica formale e non sostanziale: è nella tradizione della sinistra la ricerca e l’organizzazione del consenso attraverso il confronto con la gente, quel ricorso è stato considerato un atto elitario perché privo del sostegno popolare.
Tornando al sito, esso sta assumendo la fisionomia di un giornale on line, con rassegne stampa di agenzie nazionali e contributi extra locali, e con una non larvata ambizione di essere punto di riferimento territoriale per le prossime elezioni regionali e politiche. A tal proposito, si fa sempre più insistente l’identificazione del nostro sindaco con Berlusconi, del governo della città con quello nazionale. Un’associazione che potrebbe creare confusione e disamoramenti.
Si spara a zero su tutto a cominciare dalla televisione locale, chiamata apertamente Telemancuso, troppo compiacente nei confronti del sindaco ma ce n’è pure per Bloc Notes, vero fantasma dei fasti di un tempo in cui era un giornale stimato e appassionato e che non faceva “sconti a nessuno”.
E così il centro-destra e la destra rischiano l’autogol se non si riapproprieranno del ruolo che a loro compete, attuando un cambiamento di rotta all’impostazione politica.
Altrimenti, riadattando la celebre considerazione della Jena, pseudonimo di un noto opinionista de Il Manifesto, si potrebbe osservare: “Scusate camerati non pare pure a voi che la sinistra sta cominciando a rompervi (ci) il culo!”.
Sergio Pignato
SARO FRANCO: IL “NONNO” DEGLI OPERATORI CULTURALI ADRANITI
La prima cosa che mi è venuta in mente, una volta appresa la morte del professore Saro Franco, è stata la considerazione che andando via lui è venuto meno, per noi operatori culturali di questa città, un “nonno”.
L’essere stato il “nonno” degli operatori culturali di questa città vuol dire l’essere appartenuto a quella generazione che ha svolto, nel secondo dopoguerra, un’attività culturale significativa.
L’operosità culturale del professore Franco è sotto gli occhi di tutti, come lo sono i suoi meriti e i riconoscimenti ricevuti per la rilevanza e la costanza dei suoi studi.
A questo nostro “nonno”, rimproveravamo il suo stare lontano dalla polemica e dalla critica politiche che sicuramente, visto il peso del personaggio, si sarebbero arricchite e avrebbero determinato un più vivace ed articolato dibattito pubblico.
Forse il suo campanilismo, la volontà di fare della “sua” Adrano un luogo dove le diversità politiche e culturali si potessero riconoscere nel lustro dell’”unica patria” hanno voluto evitare lo scontro dialettico per evidenziare un valore superiore. Chissà.
Certo è che sentiremo la sua mancanza. Anche dei suoi articoli di storia locale che con puntualità maniacale inviava ai vari giornali della città, sia quelli di destra che quelli di sinistra.
Avevo pensato, ultimamente, di chiedergli un articolo per LiberaMente su Adrano, una sorta di “Ritratto d’autore” sulla nostra città. Non ne ho avuto il tempo e me ne rammarico.
Oggi, lo voglio immaginare, nel posto nuovo dove si trova, che s’intrattiene con qualche curioso interlocutore, intento a decantare la sua “città”. Poi, come capita nelle discussioni interessanti, mi è parso di udire il suo compagno di dialogo chiedere qualche notizia sugli abitanti di questa città ed il professore sorridente dire: “L’adornese è un normanno di tempra dura. Esige che anche le bombe del santo patrono, S. Nicolò, siano rumorose”.
Credo che il colloquio si sia protratto sino alle prime luci dell’alba.
S. P.
AI CADUTI DI TUTTE LE GUERRE, A COLORO CHE SONO MORTI PER UN IDEALE E PER L’ONORE, IL NOSTRO RINGRAZIAMENTO E IL NOSTRO IMPERITURO RICORDO.
Sono sempre di più le persone che vogliono leggerci. Per venire incontro a questa maggiore richiesta, abbiamo aumentato il numero di copie. Ma pare che anche questo non basti e ce ne doliamo.
Invitiamo gli amici che richiedono il nostro giornale a prenotarlo presso le edicole di Via Catania, di Piazza Diaz, di Via Roma e di Via Garibaldi.
Possono tuttavia leggerci collegandosi al sito di Turi Liotta (www.turiliotta.it) dove viene curata una rassegna stampa.